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Venerdì, 14 Dicembre 2018

A Reggio “Il più bel chilometro d’Italia”. Ma D’Annunzio non l’ha mai detto…

Intervista al prof. Nicola Merola, uno dei massimi studiosi italiani del “Vate”. I  150 anni dalla nascita di uno dei  maggiori esponente del decadentismo europeo. Poeta, scrittore, drammaturgo. La sua  figura ha  attraversato la storia della letteratura e della politica Intervista al prof. Nicola Merola, uno dei massimi studiosi italiani del “Vate”. I  150 anni dalla nascita di uno dei  maggiori esponente del decadentismo europeo. Poeta, scrittore, drammaturgo. La sua  figura ha  attraversato la storia della letteratura e della politica del nostro Paese  (fu eletto deputato per la destra storica nel 1897, in seguito aderì alla sinistra per aver rifiutato di votare le leggi liberticide volute da Pelloux dopo i “Fatti di Milano” del 1898). Ha  rispecchiato il momento storico intriso di contraddizioni e di eventi drammatici che lo videro coinvolto in prima persona. Nell’ultimo periodo della sua vita, con il Discorso di Quarto, il 5 maggio 1915, incalzò l’intervento dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, che avvenne il 24 maggio. E fu tra i principali propagandisti del mito della “vittoria mutilata”.  Nel 1920 il poeta, assieme ad alcuni legionari, partendo da Ronchi, definita poi “dei Legionari”, occupò la città di Fiume, che non era stata assegnata all’Italia, proclamando un governo personale e promulgando una costituzione, la Carta del Carnaro, a sfondo corporativista. Quando il Governo Giolitti, intervenne per sgomberare Fiume, D’Annunzio, amareggiato, si ritirò a Rivone Gardiera, nella villa di Cargnacco che divenne il “Vittoriale degli italiani”. La sua impresa mostrò la grande debolezza dello Stato liberale,  indicando  a Benito Mussolini, la strada, con la Marcia su Roma, per abbatterlo. D’Annunzio non ha interessato soltanto la  storia della letteratura, ma anche quella della società italiana, in quanto per alcuni decenni, dall’ultimo periodo dell’Ottocento sino alla prima guerra mondiale, ha rappresentato un modello di comportamento. Un ideale,  uno stile di vita. Dal vagheggiamento di una vita realizzata con pienezza al culto della bellezza e alla contaminazione tra vita e arte, dall’esaltazione dell’avventura al mito super mistico e alle posizioni antidemocratiche, dal compiacimento del bel gesto all’abuso della retorica,  D’Annunzio è stato un personaggio fondamentale dello spirito pubblico italiano.

Gabriele D'Annunzio


A  marzo  sono ricorsi due importanti eventi legati alla vita del poeta.  I 150 dalla nascita, avvenuta il 12 marzo 1863 a Pescara,  e il 75mo anniversario della morte, giunta il 1 marzo1938 a Gardone Riviera. Il nome di Gabriele D’Annunzio  è anche  legato, ormai  indissolubilmente, alla Calabria. Ed in particolare alla città di Reggio Calabria, per l’espressione, attribuita al poeta, del Lungomare “Italo Falcomatà” definito   “Il più bel chilometro d’Italia”.  Secondo il parere di alcuni studiosi, però, la notizia quasi certamente non è fondata, ma costituirebbe solo una leggenda metropolitana. Non c’è,  al Vittoriale,  alcuna traccia o memoria storica relativa al viaggio del poeta  nella città dello Stretto, anche se non si può escludere che, navigando nelle acque dello Stretto, in una data imprecisata tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta, D’Annunzio abbia potuto ammirare il Lungomare Matteotti, come allora  si chiamava, restaurato per volontà dell’allora sindaco Giuseppe Valentino, che fece arretrare le costruzioni di 50 metri, prima del terremoto del 1908 situate a ridosso del mare.

Il professor  Nicola Merola è uno dei massimi studiosi italiani di D’Annunzio. Ha insegnato letteratura italiana moderna e contemporanea, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria per oltre 30 anni. Quest’anno insegna  letteratura italiana e contemporanea all’Università Lumsa di Roma. E’ socio corrispondente dell'Istituto di studi romani e del Centro di studi dannunziani di Pescara. Con lui Calabriaonweb ha fatto il punto su questo straordinario e controverso artista.

La famosa frase attribuita a D’Annunzio sul Lungomare Falcomatà, potrebbe  non essere stata pronunciata dal poeta?

D’Annunzio è il più grande produttore del ‘900.  Al Vittoriale è presente un enorme quantità di scritti del poeta che non sono stati esaminati sino in fondo. I ricordi dei suoi viaggi in mare, come quello in Grecia sono stati raccolti in diverse poesie. D’Annunzio potrebbe aver pronunciato la frase o può darsi che la stessa gli sia stata estorta in una determinata situazione. Avendo incarnando un ruolo di divulgatore e di propagandista, posso riconoscere in questa espressione il suo modo di ragionare e la sua etica. Fu un uomo carismatico che visse con grande coraggio, prendendo decisioni e comportamenti anticonformisti in un periodo  in cui era difficile esprimere liberamente la propria opinione, ma è stato anche un grande intellettuale, poiché mise l’arte e la poesia al centro della sua vita e delle sue opere. Sicuramente, da studioso, sono pienamente d’accordo sulla bellezza del Lungomare di Reggio Calabria.
D’Annunzio, fu uno dei maggiori esponenti del decadentismo europeo. Tra i diversi generi letterari che esaminò, ebbe una preferenza per la poesia lirica, ma anche per i romanzi. Il primo: “Il piacere”, fu composto durante il suo soggiorno a Roma, allorché  entrò in contatto con l’aristocrazia capitolina. L’influenza degli scritti di  Nietzsche e Wagner, caratterizzò parte della sua produzione, con una forte introspezione, determinando una visione psicologica e culturale del poeta nelle  opere “Trionfo della morte” e “Le vergini delle rocce”. Forte, è stato anche l’interessamento di D’Annunzio per la composizione di testi per il teatro.  Ad avvicinarlo al mondo della rappresentazione, fu l’attrice Eleonora Duse, con cui ebbe una lunga e tormentata relazione.

Nel 1897 fu eletto deputato, suscitando scalpore, per il passaggio dalle file della destra e quelle dell’estrema sinistra, tornando poi a destra, e aderendo all’Associazione nazionalistica italiana di Corradini.  Nel 1915 tornò in Italia, dopo una breve parentesi francese, e fu invitato a Quarto per inaugurare il monumento ai Mille. Nell’occasione, avviò un’accesa campagna interventista, mettendosi in opposizione a Benito Mussolini con cui  aveva rapporto difficile, apparentemente amichevole e di reciproca ammirazione. Com’era il rapporto tra i due?

D’Annunzio è stato un grande protagonista della storia, della letteratura, della vita culturale e politica del nostro Paese. E’ possibile distinguere due periodi diversi che hanno contraddistinto la vita del poeta. Nel primo, compreso tra il 1903 - 04, D’Annunzio ebbe un ruolo centrale nella letteratura e nella cultura, con la produzione di grandi capolavori poetici. Nella seconda stagione, nel periodo della grande guerra, il poeta fu una figura di rilievo, con le sue imprese, ma anche per i rapporti che intercorsero con Benito Mussolini. Si trattò di rapporti personali, che furono ispirati, inizialmente, da una dichiarata ammirazione di Mussolini nei confronti di D’Annunzio. In seguito, durante il fascismo,  quando Mussolini era primo ministro, ebbe nei confronti del poeta un atteggiamento di protezione e di sostegno, ma anche di controllo, assicurandosi la permanenza dello stesso al Vittoriale, che si trasformò in una specie di prigione dorata, in cui il poeta  era sorvegliato.  D’Annunzio è stato considerato il precursore del fascismo. Ma riuscì ad anticipare i tempi anche nello stile di vita, nel linguaggio, nel modo di fare letteratura. Rispetto al mondo ancora ottocentesco che D’Annunzio ha incarnato come intellettuale e come poeta, cambiò il  modo di esprimere la propria personalità, in un momento di cambiamento  e di innovazione nella storia del  Paese. L’Italia giolittiana, era un paese che aveva un orizzonte diverso,  D’Annunzio, tuttavia, seppe porsi, con  la sua battaglia per l’interventismo, in un ruolo di precursore e anticipatore del periodo storico successivo. 

Sono diversi anche i ruoli che D’Annunzio seppe interpretare, ponendo al centro della sua vita il rifiuto del perbenismo e poi quella sua capacità d’ influenzare le masse... E’ d’accordo?

La caratteristica principale di D’Annunzio scrittore, è il suo poligrafismo, ossia la capacità di scrivere opere  di diverso genere. Fu anche un grande romanziere e compose romanzi come “Il Piacere” e  “Il Trionfo della morte”, che all’epoca suscitarono una grande risonanza. D’Annunzio fu anche drammaturgo e tragediografo, di lui abbiamo una ricca produzione teatrale, tra cui realizzò il grande capolavoro, “La città morta” ed altre pubblicazioni importanti. Da evidenziare è anche il ruolo di giornalista, di cui si rese protagonista in una grande stagione, quella romana degli anni ‘80 dell’800 e quella napoletana nei primi anni ‘90 dello stesso secolo, in cui il poeta si occupò prima di mondanità e poi di cronaca, scrivendo  articoli in cui dimostrò la sua straordinaria capacità di anticipare le novità culturali nel  panorama internazionale. La sua concezione che l’apparire fosse la cosa più importante e che la vita era come un’opera d’arte, evidenziava un pensiero e uno stile estremamente lussuoso, ma anche attenzione ad ogni aspetto anche secondario che lo riguardava: la veste tipografica dei suoi libri, il modo in cui i giornali parlavano della sua vita personale, il fatto che da giovane aveva una grande sensibilità per la reclame, come allora  veniva chiamata, la possibilità di essere presente  e di influenzare la coscienza del pubblico, per accrescere la sua fama. D’Annunzio sfidò il perbenismo e il moralismo borghese, negli anni della maturità, rilevò il carattere propagandistico di alcuni sue azioni militari, dimostrando anche in quel caso uno spirito di grande attualità, di trasposizione delle regole dello spettacolo all’interno del mondo reale.  Fu uno scrittore aristocratico, una figura di grande onestà intellettuale e artistica con un profilo che ebbe un risalto internazionale e mondiale. 

COME NASCE UNA LEGGENDA METROPOLITANA

Il professore Merola, da studioso, si limita a dire che al Vittoriale non c’è traccia della frase di D’Annunzio sul Lungomare di Reggio. Chiarisce,  però,  questo equivoco più che giustificato dall’oggettiva avvenenza del tratto di mare reggino il professor Agazio Trombetta che in un libro  (La Via Marina di Reggio - Culture Edizioni- 2001) spiega com’è andata: “Si tratta di una leggenda metropolitana. D’Annunzio non era un provinciale e non avrebbe potuto pronunciare questa frase. Probabilmente, nel 1895, passònello Stretto nel suo viaggio verso la Grecia e costeggiando ha potuto vedere la Via Marina, che si estendeva dalla via 2 settembre  1847 a Forte Lemos, ma Reggio non aveva nessuna caratteristica della città presismica. Successivamente, nel 1955, in occasione del Giro ciclistico della Provincia, fu Nando Martellini durante una radiocronaca a riproporre l’espressione attribuendola al D’Annunzio, su informazione di Franz Salazar e Adriano De Zan, entrambi membri dello Sporting Club di Reggio. D’Annunzio, poi, scrisse la parola Reggio, nella composizione “Le Favole del Maglio”,unendo elementi di fantasia, come il ricordo della Fata Morgana, ad altri che aveva vissuto realmente, la spiaggia e il bergamotto”